editing affiancato: una spalla per una storia.
Nella struttura narrativa del Viaggio dell’Eroe c’è un personaggio che viene chiamato “spalla”, la spalla dell’eroe. Si tratta di un amico del protagonista che ha il ruolo di affiancarlo nella sua avventura, nel suo viaggio.
Mi è sempre piaciuto immaginare l’editing affiancato o, il writing coach, come l’interpretazione del ruolo della “spalla dell’autore” nel viaggio della scrittura.
L’editing affiancato è quell’attività che prevede di seguire l’autore mentre sta scrivendo la sua storia cercando di aiutarlo, con occhio attento e rispettoso, a far emergere il meglio: dalla storia, dai personaggi, dal suo stile.
All’inizio del 2023 sono stata contattata da Barbara Baldissin, inizialmente per scrivere la sua storia in qualità di ghostwriter. Quando ci siamo viste per la prima volta, Barbara mi ha raccontato la sua idea: voleva parlare della sua malattia in modo ironico. Aveva anche iniziato a scriverne le prime pagine ma si era fermata, non era sicura. Dopo aver approfondito l’idea e letto ciò che aveva scritto, le ho proposto di continuare a scrivere con il mio supporto in qualità di editor. A mano a mano che avrebbe terminato i capitoli avremmo fatto una revisione per poi continuare sulla base della traccia predisposta. Barbara, a mio giudizio, aveva bisogno di continuare lei stessa a scrivere. Quello che potevo fare era assicurarle di non sentirsi sola durante il processo e di avere una professionista che contribuisse a farla rimanere nella storia che aveva scelto di raccontare esaltando il suo stile.
Questo è anche il mio modo di vedere l’editing in generale. È un po’ come prendere per mano l’autore nella stesura della sua opera tendendo, allo stesso tempo, l’altra mano all’ipotetico lettore.
Barbara Baldissin e la sua scimmia dispettosa
Barbara voleva raccontare la sua storia che, negli anni, l’ha condotta a ricevere la diagnosi di una malattia rara: la narcolessia. E, nelle prime pagine che aveva abbozzato, spuntava proprio questo personaggio furbo e dispettoso: una scimmia che dava un volto e una personalità ai suoi sintomi.
Barbara mi ha sempre detto che la scelta di questo animale come personaggio per rappresentare la malattia sia stata un caso. L’idea era di una scimmia sulla spalla. Non c’era motivazione. Mentre scriveva quelle prime pagine, era così che la immaginava, la malattia, e ha continuato a seguire ciò che le suggeriva la fantasia. Così è nata la Signorina N.

L’esigenza di raccontare la sua storia in un libro è maturata con il tempo, dopo aver ricevuto la diagnosi e ripensando ai momenti che l’anno preceduta.
Barbara si è resa conto di avere una malattia che nessuno conosce. E, per la difficoltà che ha avuto nel ricevere la diagnosi, ha sentito l’esigenza di urlare al mondo la sua storia. Non per essere al centro dell’attenzione, sia chiaro, ma perché tutto il tempo che ha impiegato per cercare una risposta è stato pesantissimo e sfiancante. Ha fatto mille esami, da quello del sangue alla polisonnografia, e la risposta era sempre la stessa: “Stai bene!”. Ma, lei bene non stava. Questa è una malattia importante con dei sintomi davvero banali e ingannevoli. Per Barbara era fondamentale che i lettori, leggendo la sua storia e ritrovandosi nei suoi stessi sintomi, potessero ricevere un segnale. Questa esigenza l’ha spinta a raccontare.
L’idea di scrivere un libro, tuttavia, non è stata la prima cosa che le è venuta in mente.
Al momento della diagnosi, era in cura da una psicologa. Anche lei aveva tentato di aiutarla a scoprire l’origine della Signorina N. ed è stata al suo fianco proprio nel momento della rivelazione. Durante una seduta, Barbara le disse di aver scritto un post destinato ai social per far sapere quello che le era stato diagnosticato. Ma scrivere un post non la convinceva del tutto. Non era una cosa logica o intelligente da fare, secondo lei. Nei social, quello che avrebbe voluto comunicare si sarebbe perso tra milioni di altri post e sarebbe diventato insignificante. Inoltre, l’obiettivo non era quello di ricevere cuoricini o like di supporto. La psicologa le disse: «Tienila lì che non si sa mai. Un giorno potresti scrivere un libro».
Così, tempo dopo, Barbara si è messa a cercare come avrebbe potuto scriverlo, questo libro. “Forse, posso scrivere qualcosa di intelligente, piuttosto di fare semplicemente coming out sui social per prendere un po’ di likes”, pensava.
Durante le ricerche, ha approfondito anche alcune letture e “Mio fratello rincorre i dinosauri”, di Giacomo Mazzariol, le era piaciuto per il modo di raccontare, in chiave ironica, il fatto di avere un fratello con la Sindrome di Down. Lo stile le piaceva. Non voleva che il suo fosse un libro pesante ma, simpatico. Ora si poteva anche iniziare a chiamarlo con il suo nome: libro.
Dopo aver scritto però le prime pagine, sono iniziate le difficoltà. Barbara si definisce pigra ma, a parte questo, sono iniziati anche i dubbi sulla riuscita della sua impresa. “Chi me lo fa fare?” “Chi sono io per scrivere un libro?” “Come faccio?”
Il primo pensiero è stato quindi quello di cercare qualcuno che scrivesse per lei. Poi, mi ha contattato.
I tempi prospettati per terminare l’opera erano di un anno circa e sono stati rispettati nonostante qualche momento di difficoltà. Trattandosi di un’opera non ultimata, la stesura ha subito qualche battuta d’arresto che, fortunatamente, non è durata a lungo e non ha compromesso i termini per la conclusione del lavoro. Ma per Barbara non è stato un problema. Lo scrivere un libro era, per lei, una cosa talmente irraggiungibile che il dire “tra un anno avrò un libro” era ancora più super. Un anno o due non avrebbe fatto la differenza. Pensava di più al risultato. Nessuno sapeva che stava scrivendo, quindi non aveva nemmeno l’ansia da prestazione nei confronti degli altri.
A quattro mani, con la perseveranza necessaria a portare a compimento un’opera letteraria e scrivendo senza paura siamo riuscite a sbloccare l’impasse.
Rispetto a quando aveva iniziato a scrivere da sola, Barbara ha notato che l’avere qualcuno che la spronasse ad andare avanti è stato fondamentale. Tutti quelli che hanno la fortuna di avere qualcuno che legge arrivano più facilmente a scrivere la parola “fine”.
«Quando leggevo l’editing pensavo che fosse proprio quello che avrei voluto scrivere, nel modo in cui l’avrei voluto leggere. Empaticamente ti ho vista entrare nella mia testa e non solo nel personaggio.»
Ora Barbara può dire che scrivere un libro è una cosa che una persona normale può fare.
A febbraio 2024 “Sapete? Ho una scimmia in macchina!” ha visto la luce, è stato condiviso nei gruppi in cui si parla di narcolessia ed è stato apprezzato da molti.
Scrivere una storia risponde in primis a un’esigenza. Il ruolo dell’editor è di facilitare il processo senza intromettersi nel flusso della creazione. Perché quello che stiamo scrivendo non lo stiamo creando con la mente, ma con tutti noi stessi.