Compagno di sbronze (1979), di Charles Bukowski.
Reading journal nr. 7
Leggere Bukowski può essere come schiantarsi contro un muro a tutta velocità. E il muro rappresenta la cecità umana dinnanzi alla realtà della vita, spesso cruda, schifosa, malfamata e sordida. Abbandonare la lettura potrebbe essere la soluzione migliore. Rimettere a posto la benda che portiamo sugli occhi fa meno male di toglierla del tutto e guardare giù dal precipizio. Proseguire? Una scelta coraggiosa e illuminata. Saper cogliere il bello nelle storie e nello stile di questo autore del Novecento è non coprirsi gli occhi.
La sua produzione letteraria rappresenta, nel cosiddetto “realismo sporco”, la depravazione della vita nelle metropoli e l’esistenza frustrante e frustrata degli oppressi nella società americana.
Charles Bukowski ha avuto un’infanzia difficile. Nato ad Andernach nel 1920 viene trapiantato negli Stati Uniti appena tre anni dopo. I suoi genitori sono un soldato americano di origini polacco-tedesche e una donna prussiana emigrante di Danzica. Ma nell’America della Grande Depressione non trovano la stabilità tanto agognata, cosicché la loro vita è comunque costellata di frustrazioni e difficoltà.
Charles viene deriso dai coetanei per il suo accento tedesco e vive sulla sua pelle l’esperienza dell’emarginazione dovuta alle sue origini. Inizia a bere molto presto, si dice già all’età di tredici anni. E il consumo di alcolici non lo abbandonerà mai del tutto nella sua turbolenta esistenza.
Appassionato di scrittura sin da giovane, studia in modo scostante ma trova rifugio nella penna scrivendo testi per lo più autobiografici come poi sarà buona parte della sua produzione letteraria.
I primi successi arrivano negli anni Quaranta ma, fino al 1969, Bukowski sarà costretto a vivere esperienze lavorative diverse per mantenersi; molte delle quali alimenteranno la sua arte e finiranno nei suoi racconti.
Per il suo anticonformismo è stato associato al movimento della Beat Generation anche se lo stesso Bukowski non si identifica in nessun fenomeno culturale. La sua era un’anti cultura allo stato puro ma con una vena di ironia e buonumore ai limiti della follia.
A suo dire, gli autori che lo hanno influenzato di più sono stati John Fante, Henry Miller e J. D. Salinger, ma anche Louis-Ferdinand Céline, Anton P. Čechov, Franz Kafka, Fëdor M. Dostoevskij ed Ernest Hemingway. Il pensiero, la poetica, il modo di usare la punteggiatura, la concezione tormentosa e pessimista della vita sono tratti che l’autore prende in prestito da coloro a cui si ispira, e gli stessi si fondono con una relazione quasi maniacale con il corpo, con i vizi, con la morte e con la dimensione del quotidiano, opposta ai grandi temi del suo tempo.
La lingua caustica di Bukowski non nasconde il godimento nello schiacciare i capisaldi delle società occidentali facendoli affogare in un mare di alcol, violenza e piccoli slanci d’amore ben calibrati e distillati in gocce di essenza rara.
Nei suoi racconti, prendendo ad esempio la raccolta “Compagno di sbronze”, letta per l’appuntamento di giugno del Book club, si trova un concentrato della sua visione del mondo che celebra la goliardia, come in “quella culona di mia madre”, la follia, come in “il demonio” e persino la spiritualità.
I suoi personaggi vivono, come lui, ai margini della società. Sono: prostitute, alcolisti, individui disadattati, vagabondi, alienati e giocatori spregiudicati. E tutti vagano nel mondo come fantasmi intrappolati in un limbo in una costante situazione di rifiuto.
Le opinioni del gruppo
Leggerlo non è stato facile per molti. In tanti speravano in una lettura simile a quella delle sue poesie e aforismi. La tentazione di prendersela con gli stessi personaggi disadattati e folli usciti dalla penna dell’autore è stata forte. L’intolleranza nei confronti di coloro che, ai margini della società, decidono consapevolmente di vivere la vita, la morte, la promiscuità e la violenza come fossero tutti ingredienti succulenti della vita stessa, ha spesso preso il sopravvento. E, probabilmente, tutto ciò era proprio quello che l’autore voleva innescare nel lettore.
Il messaggio scomodo e in perfetta contrapposizione con il tanto agognato “Sogno americano” è quello che Bukowski sputa negli occhi del lettore. “La realtà è questa, baby”.
Con il suo stile caustico, diretto, senza fronzoli sbatte la porta in faccia a tutti coloro che sostengono che successo e competizione siano la chiave della felicità, che gli emarginati non esistano e che l’aspetto sordido della vita non debba essere guardato. Quando, per l’autore, in realtà sono proprio i suoi personaggi, quelli che vivono ai margini e stanno fuori dal diktat sociale, coloro che afferrano il senso della vita.
Bukowski riesce a cogliere il lato comico di un’esistenza dura e per molti priva di senso, ma che in fondo vale la pena di essere vissuta.
«Qualcuno in uno di questi posti [a un incontro con i giovani appassionati di scrittura, ndr]… mi chiese: “Cosa fai? Come scrivi, come crei?”. Non lo fai, gli dissi. Non provi. È molto importante: non provare, né per le Cadillac, né per la creazione o per l’immortalità. Aspetti, e se non succede niente, aspetti ancora un po’. È come un insetto in cima al muro. Aspetti che venga verso di te. Quando si avvicina abbastanza, lo raggiungi, lo schiacci e lo uccidi. O se ti piace il suo aspetto ne fai un animale domestico.» (C. Bukowski)