Alastor Iodell’
Non ricordo da quanto tempo sono arrivato qui, so solo che non voglio andarmene.
Al mattino, quando il bianco sole del nord riesce a trafiggere il cielo coperto e poi le grandi vetrate, il mio dorso si illumina e i caratteri d’oro del mio nome brillano. Per fortuna, a quell’ora, ad aggirarsi per i corridoi è solo Rosa.
Lei regge in mano il suo piumino e, ogni giorno, si prende cura di noi con una leggera spolverata.
So che quello è un piumino perché, tra le mie pagine, c’è una descrizione di un oggetto proprio simile, perciò è un piumino.
Come so il mio nome? Perché Rosa, tutte le volte che ha cercato di prendermi, ripeteva: “La storia dell’io”. Quindi, La storia dell’io è il mio nome.
Io, La storia dell’io, sono l’unico libro qui dentro a non essere mai stato letto. E mai lo sarò, aggiungerei.
Nel tempo, ho sviluppato anche una tecnica per sfuggire a Rosa e a ogni persona che si sia avvicinata a me con l’intento di leggermi.
Io sento quando qualcuno vuole leggermi e quello che ho imparato a fare è cambiare aspetto, modificare il colore della copertina, scompigliare i caratteri dorati con cui è inciso il mio nome, rendendoli illeggibili. Una volta sono persino riuscito a cambiare scaffale.
Era una giornata particolarmente piovosa. L’acqua si abbatteva sui vetri delle enormi vetrate con degli sciaf sciaf che davano l’impressione di stare a bordo di una nave nella burrasca. D’un tratto, tra tutto quel rumore – la biblioteca è un posto molto silenzioso, del resto -, sentii Rosa pronunciare il mio nome.
«La storia dell’io è il libro che potrebbe fare al caso vostro» disse a qualcuno e io, subito, mi allertai.
La voce era lontana, quindi avevo tempo di meditare. Sapevo benissimo che un libro non può camminare o, correre via. Un libro deve fare i conti con la sua natura, come tutti gli altri. La mia natura, però, non era differente da quella degli altri nemmeno sulla capacità di mentire. E fu questo ciò che feci per non essere letto.
Il mio vicino di postazione era un libro dalla copertina verde scuro e io iniziai a imitarlo. Mi concentrai talmente tanto che mi tremavano le meningi. Essere il mio vicino era una questione di sopravvivenza.
«Dimmi cosa c’è scritto nelle tue pagine» gli dissi con garbo, per non lasciar trasparire le mie vere intenzioni.
«Sono felice che me lo chiedi» disse lui e iniziò a spiegare.
«Sono l’opera più importante che sia mai stata scritta sulle piante. È che, lo vedi dal mio colore, sono sullo scaffale sbagliato. Qualcuno con a dir poco sale in zucca mi ha messo qui.»
Non la finiva più di parlare di sé e dell’opera magna di botanica e io ne approfittai per assorbire quanto più potessi delle sue parole.
A un certo punto, tra le mie pagine spuntò un capitolo con spiegata la differenza tra piante da fiore, da frutto e sempreverdi. Fu allora che anche il mio colore mutò in verde scuro e che le lettere del mio nome si scombinarono per poi tornare allineate, ma in un’altra parola. Ero diventato il volume uno bis dell’enciclopedia di botanica.
«Cosa ci fa questo libro su questo scaffale?» gracchiò la voce di Rosa che, nel frattempo, mi aveva raggiunto.
«Qualcuno deve aver sbagliato a metterlo a posto. E quest’altro? Uff!» sbuffò.
Così, Rosa mi prese e mi mise sullo scaffale sopra al mio e in mezzo a tutti gli altri libri verde scuro. Prese anche il mio vicino che, lui per davvero, era sullo scaffare sbagliato. Scese dalla scaletta, si sistemò gonna e sottogonna e riprese a cercare La storia dell’io. Senza trovarla.
Io, poco dopo, ripresi il mio colore. Ed eccomi qui con la copertina rossa in mezzo a dieci volumi verde scuro che parlano di erbe, piante e fiori. Non è stato facile farsi accettare; ho dovuto cambiare colore ogni tanto e far spuntare qualche capitolo che raccontasse di stelle alpine, di pino cembro e abete rosso tra le mie pagine sull’io.

In città c’era una biblioteca antichissima, molto più antica di quanto potessi davvero sapere. Era immensa ai miei occhi: disposta su due livelli e con enormi scaffali a cinque ripiani intervallati da finestre ad arco alte fino al soffitto. Io immaginavo che, oltre a quel tetto, ci fosse direttamente il cielo. Non l’aria, gli aeroplani, gli uccelli e le nubi ma, il cielo, l’immensità.
«Scegli un libro e andiamo!» disse mia madre con tono autoritario e già dava i primi segni di impazienza nello stare lì dentro.
Io, invece, avrei voluto non dover uscire mai più oppure, se proprio avessi dovuto farlo, avrei immaginato di librarmi nel cielo, spiccando il volo da quelle imponenti vetrate.
Scomparvi dalla sua vista in un attimo e mi addentrai tra gli scaffali che profumavano di legno antico, di carta e di mani. Mani che avevano sfogliato tutte quelle pagine in tutti i luoghi più disparati e fantasiosi. Immaginavo marinai che avevano preso un libro prima di imbarcarsi e, con quello sotto braccio, avevano poi solcato i mari del mondo; fantasticavo su studenti della nostra importantissima università, una delle più antiche del continente, che avevano passato notti insonni cercando il sapere di coloro che li avevano preceduti; pensavo a tutti quelli che avevano letto sulle barche ormeggiate sui placidi fiumi, sulle spiagge di rocce bianche e salso, nei campi fioriti in primavera tra profumo di giovane erba e caldi raggi solari.
Scegliere un libro non era solo decidere di leggere una storia, era fuggire dalla mia per viverne un’altra che mi permettesse di essere diversa.
«Anna, dove sei?» disse mia madre a voce troppo alta. Infatti, udii Rosa dirle subito di pazientare e di mantenere il silenzio che regnava nella biblioteca.
Decisi di salire sulla scaletta che conduceva ai ripiani più alti. Rosa mi aveva sempre raccomandato di chiamarla se avessi voluto dare un’occhiata lassù, ma non volevo richiamare la sua attenzione, e quella di mia madre. Desideravo che quei pochi minuti che mi rimanevano fossero condivisi solo con me stessa. Feci un fagotto con la gonna e la sottogonna che avevo da poco iniziato – come d’obbligo – a portare e salii di due e poi tre gradini. Non appena i miei occhi si affacciarono sul ripiano vidi che un’intera riga di libri sulla botanica era interrotta da un titolo diverso: La storia dell’io.
Cosa ci facesse in mezzo alla botanica non lo sapevo, ma decisi di prenderlo. Allungai la mano e vidi che il dorso si fece a macchie verde scuro per poi diventare tutto di quel colore come quelli vicino. Le parole dorate che indicavano il titolo, poi, si storpiarono perdendo senso. Quando fu tra le mie mani lessi: «Alastor Iodell’»
Aggrottai le sopracciglia, ma non feci in tempo a riflettere che il rumore nervoso dei passi di mia madre mi fece trasalire. Con due balzi ero giù dalla scala con la gonna un po’ arruffata.
«Anna, abbi cura di imparare presto a camminare come una signorina» mi raccomandò.
Quando fummo davanti a Rosa per confermare il prestito, notai il suo sguardo confuso mentre appuntava sull’enorme registro il titolo del libro, Alastor Iodell’.
Dentro di me ero sicura che il libro si chiamasse La storia dell’io. Non dissi nulla.
Giungemmo a casa e pregai mia madre di lasciarmi iniziare a leggere il mio nuovo libro, ma non ci fu verso di convincerla.
Arrivai in quel luogo sconosciuto e pensai fosse davvero la fine. Quelle mani piccole, morbide e delicate avrebbero iniziato a sfogliare le mie pagine. Leggendomi.
Allora, feci tutto ciò che mia madre mi aveva chiesto. Mi sistemai la gonna, feci gli esercizi di portamento e di conversazione, ripetei con convinzione e a voce alta l’elenco di precetti che mia madre mi aveva insegnato allo scopo di crescere come una donna capace; attraente quel tanto che bastava per trovare marito prima di una certa età; brillante nel sostenere le conversazioni altrui; istruita quel tanto che bastava a rendermi degna di partecipare alle occasioni mondane che via via mi si sarebbero presentate; e infine a essere niente di più e niente di meno di quello che ci si aspettava che io fossi. In tutto il tempo che passò il libro rimase lì ad attendere che mi liberassi dagli impegni che ogni brava ragazza doveva assolvere.

Allora, iniziai a convincermi di non essere né La storia dell’io, né Alastor Iodell’, ma un libro di botanica o, di qualunque altro argomento. Mi concentrai talmente tanto che mi tremavano le meningi, ma ben presto mi resi conto che i miei sforzi erano pressoché vani. Non avevo altri libri vicino a me. Finché, d’un tratto, mi sollevarono e mi misero vicino a un quaderno.
«Salvami! Quale storia racconti? Cosa c’è scritto dentro di te?» chiesi.
Quell’altro iniziò subito a piagnucolare e a lagnarsi.
«Vuoto. Sono ancora tutto da scrivere» rispose.
«Bene. Sono salvo» dissi.
E il contenuto delle mie pagine iniziò a scomparire. Più si cancellava e più gioivo. Fui felice fino a che anche le ultime parole vennero risucchiate nel vuoto. Di me rimase solo il titolo: sbagliato.
Venne la sera e poi la notte. Fui la prima a coricarmi e attesi che tutti andassero a letto. Una volta certa che nessuno mi avrebbe scoperto, accesi un piccolo lume e presi La storia dell’io, ma mi accorsi che, pagina dopo pagina, non vi era scritto nulla all’interno. Aggrottai la fronte, chiusi e riaprii più volte il libro: il titolo c’era, anche se era Alastor Iodell’. Mentre passavo le dita sulla scritta dorata mi accorsi che questa iniziava a scomparire. Mi guardai le punte delle dita. Forse ero stata io.
Era buio intorno a me. Solo una flebile fiammella illuminava il suo volto dolce e i suoi occhi profondi come un cielo senza stelle. Come facevo a sapere com’era? Semplice. Nel tempo avevo assunto le sembianze di così tanti libri che sapevo tutto, eppure non ero più niente. Avevo imitato tutti e non sapevo più chi fossi io realmente. La vera storia dell’io era destinata a sparire come Alastor Iodell’. E quando l’ultima lettera del mio nome scomparve sotto le sue fragili dita sentii ciò che avevo sempre desiderato e che ora temevo: il vuoto.
Decisi di tenere il libro a fianco a me e mi addormentai pensando che, quella notte, non potevo essere nessun’altro al di fuori di me e sentii il vuoto.
Il mattino seguente mi svegliai con la casa ancora avvolta nel torpore della notte. Presi il libro. Lo aprii. Era sempre vuoto. Iniziai a leggerlo immaginando cosa avrei voluto che ci fosse scritto ne La vera storia dell’io e le parole, a mano a mano, riapparvero.
Quando mi prese dal caldo nascondiglio notturno non sapevo cosa mi sarebbe successo. Temevo. Poi iniziò a leggermi. Agli occhi di chi sa guardare, nulla può svanire.
“Nel tempo avevo assunto le sembianze di così tanti libri che sapevo tutto, eppure non ero più niente. Avevo imitato tutti e non sapevo più chi fossi io realmente. La vera storia dell’io era destinata a sparire come Alastor Iodell’. E quando l’ultima lettera del mio nome scomparve sotto le sue fragili dita sentii ciò che avevo sempre desiderato e che ora temevo: il vuoto.”