Bali

sessantamila rupie

Sulla stradina tutta curve, che seguiva il movimento della costa, ho visto uova di tartaruga marina schiudersi e piccoli esserini saltellare verso il mare; balinesi tentare di vendere ogni sorta di mercanzia tutte le sere con l’entusiasmo della prima volta; camerieri impegnati a servire al tavolo di lussuosi ristoranti e resorts; ballerine vestite d’oro ripetere ininterrottamente lo stesso spettacolo tradizionale, sorridendo come se fosse sempre una première. E io, ogni sera, quello spettacolo non volevo perdermelo, convinta che ci fosse ancora qualcosa di nascosto che non avevo colto la sera precedente.

Passeggiavo sul lungomare di Sanur. Avevo deciso di venirci da sola in quell’angolo di Mondo. C’era una stradina che si snodava per qualche chilometro, illuminata a intervalli da piccole lanterne di sabbia che riflettevano onde di luce sul manto di granelli bianchi. Con il calare della notte si era alzato un vento tiepido che faceva ondeggiare il mio abito turchese, acquistato appositamente per il viaggio.

C’era poca luce in spiaggia: il mare di Bali era diventato un’enorme chiazza scura, calma ma imponente. Era uno spettacolo nuovo; non era come fissare il Mediterraneo. Questo, pur mantenendo lo stesso appellativo di mare, sconfinava nell’atteggiamento in ciò che sarebbe diventato pochi chilometri più in là: oceano.

Camminando scorrevo la pellicola di un film che si ripeteva di continuo e che consentiva a ognuno (turista, viaggiatore o balinese che fosse) di rimanere calmo come il mare nelle proprie certezze senza sconfinare nella burrasca dell’oceano.

Quella sera abbandonai il lungomare per avventurarmi nell’entroterra. Doveva esserci una strada piena di locali nei paraggi e magari qualcuno con cui scambiare due parole. Svoltai a destra e sparii per qualche metro nel buio, poi mi ritrovai sotto la luce finta dei lampioni e, poco più in là, sotto le insegne al neon che si susseguivano facendo a gara a chi aveva i colori più accesi e sintetici.

D’un tratto vidi un ristorante: all’aperto, come la maggior parte a Bali. Avvolti nel buio della notte e illuminati sapientemente sembravano locali scintillanti di Las Vegas. Di giorno, lamiere e tetti improvvisati lasciavano emergere la realtà delle cose: non era Las Vegas. Il locale era un guazzabuglio di cose diverse, probabilmente per accontentare ogni gusto: un piano bar ma anche un diner, un ristorante da lungomare ma anche un american bar. Sedie e poltroncine rosse, pavimento bianco, bancone enorme, area piano bar e karaoke e piccoli punti luce che illuminavano ogni tavolo; l’insegna recitava: Randy’s. Non rispecchiava il tipo di locale che normalmente avrei scelto ma mi sentii profondamente attratta da quell’atmosfera bizzarra. Mi fermai ed entrai.

Presi posto su uno sgabello del bar. Le luci a mezz’aria sopra il bancone facevano brillare il decoro ondeggiante di perline sul mio abito. Avevo fatto proprio una bella scelta prima di partire, pensai. Di fronte a me una ragazza dalla pelle color biscotto e i capelli scuri come la notte era intenta ad asciugare con lo straccio i bicchieri ancora fumanti dopo il giro in lavastoviglie. Le sue movenze erano sicure in quell’ambiente, e la cosa mi incuriosì. Dopo poco mi guardò. Prende qualcosa da bere? – chiese in un inglese ben scandito. Rimasi per un secondo senza parole. Una pronuncia così non l’avevo mai sentita a Bali né, forse, in tutto il Sud Est Asiatico. – Un Bali Mojito, per favore. Quanti anni avrà, dove avrà imparato a parlare inglese così? Le domande che avrei voluto farle iniziarono a vorticare nella mia mente. Ma non volendo risultare invadente, misi freno al mio impeto e iniziai a cercare le risposte guardandomi intorno.

Nel locale la musica era sfacciatamente occidentale, ma questo non era un indizio. Nel luogo in cui mi trovavo, l’elevata concentrazione di turisti rendeva possibile l’ascolto di qualcosa che non fosse un Best of di un cantante o gruppo inglese o americano solamente durante gli spettacoli delle ballerine vestite d’oro. Ma forse qualcosa di diverso in quel repertorio c’era.

Il locale americaneggiante, sì, le luci al neon dietro al bancone, ma no… Il tintinnio dei bicchieri mi ridestò dalle mie congetture e la mia attenzione tornò a posarsi su di lei. Aveva iniziato a preparare il mio cocktail. In tutti i locali di Bali in cui ero stata, questo compito era da sempre appannaggio dei barman. Mai di una donna.

Con la consapevolezza di ogni gesto, sfilava e infilava le bottiglie nei vani del bancone, agitava il contenuto del bicchiere, aggiungeva il ghiaccio finemente tritato, valutava se la menta era sufficiente; infine, mi porse il risultato dei suoi gesti, avvolto, come a casa, in un tovagliolo colorato. – Ecco a lei – disse sicura di sé, e io non riuscivo a far scemare l’interesse nei suoi confronti. Ma sentivo che il pretesto per parlarle sarebbe arrivato senza sforzo, magari direttamente da lei.

Iniziai a sorseggiare il Bali Mojito (Bali perché è fatto con il liquore tipico dell’isola al posto del rum) e d’improvviso la musica di sottofondo si interruppe. Un rumore di jack che si staccavano e riattaccavano attirò la mia attenzione e mi voltai. Nello spiazzo di fronte al mega-schermo sul quale, fino a un secondo prima, scorrevano video musicali anni ’70/’80, si stava sistemando un ragazzo armato di chitarra pronto a diventare il protagonista della scena. I suoi passi, il modo di sistemarsi la chitarra e allacciarne i cavi a terra lasciavano trasparire la sua agitazione o, più semplicemente, la sua insicurezza. Dopo che ebbe sistemato tutta l’attrezzatura, partirono le prime note chiare e inconfondibili di Hotel California; e lui, con dubbie capacità canore e musicali, iniziò a cantarci sopra. Rimasi leggermente a bocca aperta, quasi divertita. – È il proprietario – sibilò la ragazza alle mie spalle. Mi stava osservando. – È Randy! E quelli seduti là davanti sono i suoi genitori. Sono canadesi e vengono qui ogni anno a trovarlo da quando ha deciso di ritornare qui a Bali. La ragazza si lanciò in un’accurata descrizione del quadro familiare e io colsi la palla al balzo per fare domande. – Non è molto bravo a cantare, vero? – dissi per dimostrarle che ero dalla sua parte. Per niente! È orribile, ma lui è così: deve farsi vedere davanti a tutti, – ribadì senza alcun segno di imbarazzo. Riprese ad asciugare meccanicamente i bicchieri, stringendo forte la presa mentre parlava di Randy. – Deve far vedere ai suoi genitori che è riuscito a fare qualcosa quaggiù dopo che loro lo hanno cresciuto e mandato a scuola in Canada. Annuivo mentre sembrava tirare fuori i suoi pensieri più profondi, per non interromperne il flusso. – Come vendere un piatto a un prezzo molto alto – aggiunse poi con tono sprezzante – Ma tanto voi siete ricchi. Quelle parole mi fecero trasalire. Per un attimo l’indignazione per quella frase sembrò prendere il sopravvento – No, ti sbagli… Io non sono ricca! balbettai ma, non riuscendo con le sole parole a scalfire quel muro di convinzioni, lasciai cadere i miei sentimenti nel silenzio abbassando lo sguardo sul turchese del mio abito nuovo. Quanto l’avevo pagato? Trenta, quaranta euro o giù di lì ma, no, questo non significava assolutamente che io non mi preoccupassi di come arrivare a fine mese. Ma poi, quanto costava un piatto da Randy’s?

Guardai nuovamente la ragazza, era ancora là che lustrava i bicchieri. Dietro di me gli applausi compiaciuti dei genitori adottivi di Randy acclamavano una nuova esibizione e il gracchiare delle casse, dietro una mano di nero, nascondeva la loro vera natura di oggetti recuperati chissà dove. – E quanto costa un piatto qui? – ebbi il coraggio di chiederle. – Sessanta-mila rupie circa.

E tu quanto guadagni?

È la paga di una settimana – disse guardandomi fissa negli occhi con aria di sfida. I lineamenti del suo viso erano dolci e in egual misura induriti dal tempo o dalle circostanze. O dalla conversazione, pensai.

Sai… per me sono i soldi della benzina per andare al lavoro. Ciò significa che in un giorno li devi moltiplicare per quattro… come minimo! spiegai.

La ragazza strabuzzò gli occhi e mollò la rigida presa dal bicchiere appoggiandolo sul banco, ma non disse nulla. Mi staccai da lei e le mie orecchie udirono di nuovo le prime note di Hotel California. Mi voltai. Randy era ancora sul suo palco improvvisato a intonare canzoni sullo sfondo delle luci blu al neon. I suoi, rapiti in un crescendo di emozioni, continuavano ad applaudire sconfinando in momentanee standing ovation. Erano una coppia sulla settantina dai capelli bianchi ben pettinati. Lei vestita da sera, con un abito lungo scuro, lui con i classici bermuda e camicia hawaiana sfoggiati da coloro che si dichiarano al mondo come “gente finalmente in vacanza”. Sorseggiavano di tanto in tanto un Martini nella classica coppa a V e sembravano godersi la vita e i soldi. Randy, dal canto suo, dava sfoggio di sé. Poteva dedicarsi a quello che gli piaceva fare, la musica, aveva un buco di attività in un Paese dove poteva vendere un piatto al costo dello stipendio di una cameriera, e anche a lui senza dubbio, tutto questo piaceva.

Ripresi a sorseggiare il Bali Mojito, con la mano correvo sull’orlo del mio abito turchese, costato quanto dieci settimane di lavoro della barista di fronte e forse mezza giornata del mio.

Vedi che non siamo tutti ricchi come pensi? – dissi di nuovo.

Sì, ma tu per me lo sei, perché hai potuto viaggiare fino a qua, sei in vacanza e puoi stare seduta a questo bar – controbatté lei con le mani che riprendevano a stringere ogni cosa che toccava.

In me crebbe di nuovo il senso di frustrazione. – Hai ragione, ma nel mio Paese non sono ricca, davvero! Pensai che, aggiungendo un’esclamazione, le cose sarebbero state più chiare e forse lei mi avrebbe creduto. Tiravo su con la cannuccia le ultime gocce del mio cocktail, rimestando il ghiaccio tritato in attesa che lei dicesse qualcos’altro.

L’esibizione di Randy nel frattempo finì e lo schermo appeso alla parete riprese a trasmettere video troppo vecchi per far parte della giovinezza di Randy, o della mia. Al tavolo dei suoi genitori uno stuolo di camerieri in livrea aveva appena iniziato a portare diversi piatti per la cena. Ogni attenzione era rivolta a loro, racchiusi in un microcosmo canadese creato apposta per l’occasione.

La ragazza si accorse che Randy aveva finito di pavoneggiarsi e cambiò atteggiamento. Iniziò a muoversi a destra e a sinistra riprendendo a coordinare il servizio degli altri camerieri. Mi chiese se volessi un tavolo per la cena e io risposi di sì. Alla svelta chiamò un ragazzo che mi accompagnò al lato opposto del bancone, da dove riuscivo comunque a osservare il suo comportamento. Randy la raggiunse e scambiarono qualche parola. Lui le indicò i suoi genitori e lei si mise a preparare altri due Martini nelle coppe a V. I lineamenti del suo volto sembravano essersi rilassati da quando mi ero allontanata e lei aveva ripreso a lavorare senza sosta.

Per il tempo in cui mi godevo la mia cena distolsi i pensieri da quella conversazione tanto spinosa quanto interessante. Chissà se ero riuscita a farmi capire?

Terminato il mio piatto mi alzai e tornai verso di lei che stava fissa al bancone. Ero determinata e il mio passo sicuro lasciava trapelare il mio atteggiamento. Cercai di nuovo il contatto con lei ma qualcosa si era interrotto. Tutto bene Signora? – chiese come se non ci fossimo mai parlate prima. – Sì, era molto buono! La guardai e provai pena. Stavo per allungarle cento-mila rupie e tutte le mie parole sembravano essersi soffocate dentro di me, senza più alcuna speranza di uscire.

Lei sorrise e prese i soldi. Io mi allontanai nel mio abito nuovo, comprato apposta per l’occasione, e pensai che, in fondo, mi piaceva.

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